
Nome: fabrizio centofanti
un sacerdote laureato in lettere moderne con una tesi su italo calvino.
ho scritto tre libri e sto preparando il quarto, ma non so se riuscirò mai a finirlo...
basta che non sia lui a finire me.
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polisindeto
i lampioni sono mare,
nella mente inumidita,
lampare di strada dove neri pescatori
si spiano nei gesti della notte.
la voce è sabbia. la consistenza inutile del vento
in una notte di false profezie
è pane diventato pioggia.
non c'è silenzio, ma un suono a intermittenza,
dolore afono
che raschia la gola del futuro.
cammeo
una strana bellezza t'incantò
madre della repressione e della cura,
nella dura nevrosi
dell'altezza: passò
logorata dai perché la follia
dell'amore, psicosi
della malattia, infervorata
contro lo sfottò della scelleratezza.
la gioia deviata della gelosia
ti attraversò, come una cupa angoscia
d'allegria e la magrezza
ti segnò la corsa: un canto,
per schivare la paura.
camaldoli
il tempo è lo specchio
del guardarsi dentro
il muscolo del duplice pensiero
della mente che crede, da un pavimento all'altro
al chiaroscuro del giovane e del vecchio
piegarsi, ritrovarsi
in un'unica illusione di vedersi fuori
e immaginarsi
lo spazio della sua concentrazione
lo strazio del volersi uniti
e inabissarsi
nel profondo del secchio,
intorpiditi.
links
non lesinò mai la solitudine
dell'estate invidiosa, la sua guerra
del mare con la morte, l'arte del passeggio
fra turisti in fuga e desideri inconsci
di riposi ventilati, effimera fatica
del ritrovarsi invasi da sudori d'attese
e camerieri del nulla, restaurati
per estasi coatte di pane e coperti.
il menu si profila tra ponte e nudità
fra il negozio e il fronte
di profondità mancate. a monte,
verità salvate, con nome.
II
si perde un figlio, solo, nella notte
un colpo nella tempia, una ceramica
rotta di nascosto, senza mettere
i cocci sotto il letto.
suicidio, dicono, articolo di fondo
non chiedersi il perché del già confuso
col rosso dei capelli, i colori
di dentro, e gli abiti neri della madre
corpulenta e sudata
stilettata inutile
nell'ultima chiamata al cellulare.
I
la paura sottostante, la pineta, e l'ombra
onnipresente della madre, nelle grida violente,
l'impressione di scavare in una pietra,
l'ultima versione: il rumore e il clangore,
nonostante. la domanda, perché, perché tre volte
- come se ci fosse una ragione - l'onta, il bisogno di lavare,
di distruggere il muro della pelle. di tutto,
rimane quel recinto, e il pino,
l'insensato silenzio delle stelle, come in sogno.
selva dei suicidi
si cerca scampo anche nelle tenebre
quando il cerchio è un baratro che s'apre
sotto un ponte leggero. non basta l'innocente
varco nel cuore, la penna d'aquila
che cresce come il dubbio, all'alba,
nella luce inaccessibile. il più semplice intento
rotola nel gorgo, nella casa
del naufrago veggente.
canto del cambio
si brucia tutto soltanto per sentirne
l'odore. la palude è secca
non c'è più la vibrazione
di un canto o di un castigo:
solo pioggia che non vuole cadere,
astri avvolti in mantelli da battaglia.
nella stanza c'è il ladro dei ricordi,
anima nera che fuma nell'attesa:
guarda il fiume - miraggio cangiante
che canta, con voce turchina.
è là
l'ansia è una finestra che tradisce,
un'abitudine, come stare all'erta
in una notte allegra, quando il caldo delle mani
sorride di livida indolenza.
arriva all'improvviso, decorata
con segni di tediosi testamenti, con chiavi,
che di volta in volta s'impregnano
di odori o di respiri.
sogni? qualcuno chiama ancora
dal ponte cancellato,
una voce,
che s'ignora.
terre emerse
sognare è sapere, dicevi, per questo
dormire è cambiare, vedere fanali improvvisi,
su strade d'azzurro. il palazzo ha un giardino
di pietra, cancelli melodici chiudono
ritmicamente la via.
sapere, trovare il guardiano che grida
da porte di ghiaccio.
è solo la luce, pensavi, che fende,
che scricchiola piano, la tenebra
il tutto che illumina,
invano.